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Il musicista

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Sotto il riflettore

Conversazione con Paolo Pegoraro e Stefano Viola

di Roberto Calabretto

Come vi siete avvicinati alla musica?

S.V. Per me l’approccio alla musica è stato quanto di più naturale si possa immaginare dato che i miei genitori sono musicisti (ora in pensione) e a casa mia si respirava musica dal mattino fino a sera. Sentivo suonare il pianoforte oltre che da mia madre e dai suoi allievi anche da due dei miei tre fratelli, ora diplomati e uno dei quali docente di Conservatorio…per non parlare dei dischi di musica classica che si ascoltavano in casa…

P.P. Anch’io posso dire che la musica ha sempre fatto parte della mia vita. Mio nonno paterno era liutaio (costruiva prevalentemente violini), mio padre da giovane suonava il violino e aveva svolto una discreta attività concertistica e mio zio, grandissimo appassionato di musica, suonava vari strumenti, tra cui la chitarra. E’ stato proprio attraverso loro che mi sono appassionato alla musica. Ricordo ancora quando mio padre ascoltava i concerti di Beethoven, Mozart, Brahms suonati da Heifetz, Oistrakh, Milstein, Ferras: mi teneva in braccio, e mentre ascoltavamo mi faceva notare la bellezza di questo o quel passaggio e le diversità di interpretazione tra un esecutore e un altro…era emozionante!

…e alla chitarra?

S.V. La chitarra non è stata il primo strumento che ho suonato; infatti da piccolo ho studiato fisarmonica e, per diversi anni, il pianoforte…ma con risultati non esaltanti tanto è vero che mio padre, forse per un impulso dettato dalla disperazione, a dodici anni mi diede le prime lezioni di chitarra quasi come l’ultima possibilità per redimermi…ricordo ancora il brivido che provai quando sentii il suono dello strumento e da quel momento non l’ho più lasciato e, anzi, lo amo sempre di più.

P.P. All’inizio ho suonato un po’ il pianoforte e il violino. Poi un giorno lo zio mi fece ascoltare la registrazione di alcuni brani di Albeniz. Rimasi estasiato da quel suono! Alla chitarra c’era Manuel Barrueco. Fu mio zio a darmi le prime lezioni. Mi spiegò alcune cose tecniche e mi diede alcuni esercizi dal metodo di Julio Sagreras. La settimana dopo gli avevo preparato tutti i brani dell’intero volume: ricordo che era contentissimo. Avevo dieci anni. Ritengo che l’entusiasmo e la passione che mio zio ha saputo trasmettermi, siano state davvero determinanti. Se amo così tanto la musica e la chitarra lo devo sopratutto a lui. Mi regalava tantissimi spartiti...mi faceva ascoltare tanta bella musica. Inoltre devo anche ringraziare i miei genitori, che hanno sempre assecondato le mie scelte. Si! Sono stato proprio fortunato.

Che tipo di formazione chitarristico-musicale avete ricevuto?

S.V. Premesso che negli anni ’70 la chitarra era nella fase iniziale del suo percorso di riconoscimento istituzionale (in Conservatorio risultava essere un “Corso Straordinario”) e che anche all’esterno le possibilità di frequentare dei corsi qualitativamente validi erano abbastanza scarse, penso di poter dire che la mia formazione chitarristica è stata veramente atipica.
Infatti dopo i primi importantissimi insegnamenti ricevuti da mio padre mi sono iscritto al Conservatorio (i privatisti infatti non potevano accedere agli esami) e da quel momento fino al Diploma (quattro anni) ho cambiato insegnante ogni anno (Pino Briasco l’anno del Diploma).
Quindi la mia formazione è stata inevitabilmente condizionata da questo fatto ma ora, a distanza di 25 anni, penso che aver dovuto elaborare da solo tutte le informazioni (a volte di indirizzo opposto) che mi venivano date, è stato fondamentale per costruire un approccio con la tecnica e la meccanica della strumento basato su criteri analitico-oggettivi piuttosto che legati ai dettami di una “scuola”.

P.P. Dopo aver studiato con vari insegnanti dai quali imparai poco o niente, mi iscrissi al Conservatorio di Venezia nella classe del Maestro Tommaso De Nardis con il quale ho studiato fino al diploma. Penso sia stato davvero un bravo insegnante; gli sono molto riconoscente perché mi ha dato tante opportunità. Durante le lezioni oltre a parlare di musica, si respirava un’ambiente culturale molto stimolante. E poi c’era una vera classe, fatta di ragazzi che volevano crescere insieme, confrontandosi e arricchendosi a vicenda. Eravamo un gruppo molto affiatato e insieme abbiamo fatto tante esperienze.              

Avete avuto delle figure di riferimento?

S.V. Fino al Diploma, come dicevo prima, per me è stato praticamente impossibile ma l’anno che mi sono diplomato (1979) ho conosciuto Ruggero Chiesa che nei quattro anni successivi mi diede lezioni di chitarra, musica e molto altro…per cui dentro di me sento ancora molto forti i suoi insegnamenti improntati sulla libertà di pensiero e di confronto ma senza perdere di vista la fedeltà e il rispetto per la musica (il famoso giusto equilibrio); grazie a Chiesa ho poi conosciuto Oscar Ghiglia con il quale ho avuto il piacere di studiare ai corsi di Siena e Gargnano forse nel momento più ricco di energia e stimoli nel movimento chitarristico di quegli anni. Altre figure che mi hanno trasmesso una energia di pensiero, anche se attraverso canali diversi, sono state Stefano Grondona, Pavel Steidl e Angelo Giardino.

P.P. Dopo il diploma, ho frequentato alcuni corsi con Russell e Barrueco. Ho fatto due corsi con entrambi, anche se in realtà di Russell, organizzando per anni le masterclasses a Pordenone, ho assistito a decine di lezioni. Mi hanno saputo dare i consigli giusti in quello che per me era il momento più adatto. Con loro ho avuto modo di capire e scoprire aspetti tecnici e musicali che mi hanno aiutato tantissimo.
Anche le lezioni alla Chigiana con Oscar Ghiglia sono state illuminanti… ne conservo un bellissimo ricordo. Persona di grande cultura e sensibilità, sapeva creare intorno a me un mondo poetico da cui trarre ispirazione...sai quelle cose che si possono dire solo quando hai qualche capello bianco in testa. E’ stato l’insegnante che mi ha fatto capire che si può andare oltre la partitura, che mi ha spinto alla ricerca di quel “giusto equilibrio” di cui ha appena parlato Stefano, tra opera, compositore, epoca, stile, interprete. Una lunga ricerca che non finirà mai.
Ma ci sono tante persone che hanno influenzato le mie idee direttamente o indirettamente: Betho Davezac, Ruggero Chiesa, Alvaro Company, Alberto Ponce, Angelo Gilardino, Carlo Marchione, Stefano Grondona, Pavel Steidl, Radu Lupu, Grigory Sokolov, e altri. Persone a cui sento di dovere molto, anche se loro non lo sanno.

Ed ora potete parlarci della vostra esperienza di concertisti e didatti?

S.V. Tratterei separatamente i due ambiti: l’attività concertistica ha significato molto nella prima parte della mia carriera quando dedicavo molto tempo allo studio del repertorio solistico e alla preparazione dei concorsi mentre ora le uscite sul palcoscenico si indirizzano in ambiti prevalentemente cameristici e percependo il concerto come una sorta di bisogno complementare e di arricchimento personale da convogliare poi nell’insegnamento. Ritengo infatti di poter essere inquadrato più come didatta che come interprete e, anche in questo ambito, la mia formazione è stata molto atipica; non esistendo delle scuole per imparare ad insegnare (parlo di didattica strumentale) l’unica strada percorribile è stata quella dell’applicazione nello studio e nell’aggiornamento così da potermi evolvere recependo tutte le informazioni e le nuove impostazioni didattico-tecniche provenienti dagli studi e dalle ricerche dei didatti che hanno fatto da pionieri in questo senso. Ho così maturato un senso critico che è fondamentale nel campo della didattica e penso che mai come oggi si possa pensare a qualcosa che possa essere definito “scuola”
chitarristica nel senso più ampio del termine. L’esperienza didattica maturata sul campo è, naturalmente, fondamentale ed è in questo che avverto l’atipicità della mia formazione: infatti questo è il 26° anno che insegno in Conservatorio avendo iniziato a soli 20 anni ma la cosa particolare è rappresentata dalla inusuale lunghezza del mio precariato come supplente (20 anni) che, se da un lato mi ha complicato la vita a livello pratico, dall’altro mi ha permesso di conoscere e venire in contatto con innumerevoli “scuole”, ambienti e studenti in tutta Italia. Una esperienza professionale impagabile della quale oggi che sono titolare di una cattedra di chitarra al Conservatorio” Agostino Steffani” di Castelfranco Veneto, riconosco l’importanza.

P.P. Quando salgo su un palco, sento una grandissima responsabilità. Verso il pubblico, la musica, la chitarra, i miei allievi…me stesso. Quando insegno, sono molto esigente, e non riesco ad essere in pace con me stesso se non riesco a mettere in pratica quello che chiedo…ma non è facile, è una sfida continua! Col passare del tempo mi sono reso conto che per il mio modo di essere è indispensabile sentirmi preparato in ogni punto, in modo da avere lo stato d’animo ideale per esprimermi al meglio. Cerco di avere idee perfettamente chiare su quello che voglio fare all’interno di ogni brano e in tutto il concerto, e su ciò che vorrei che arrivasse al pubblico...poi lì, chiudo gli occhi e lascio che la musica scorra. La preparazione di un concerto richede sempre tempo e tranquillità, quasi impossibili da trovare se non ci fosse l’aiuto di mia moglie Angela (anche lei chitarrista), che ha saputo negli anni sostenermi e sgravarmi dai tanti impegni di tutti i giorni.
A volte poi non è facile avere continuità di studio quando i concerti sono in periodi tra loro distanziati…fortunatamente il 2005 sarà ricco di appuntamenti tra cui vari concerti in Messico, Repubblica Ceca, Ucraina e Italia.
L’insegnamento, è una parte importantissima del mio modo di essere musicista: non riuscirei davvero a vivere senza. Mi piace cercare di aiutare un’altra persona a entrare nel mondo della musica comprendendo anche meglio se stesso e in qualche modo il mondo che lo circonda. Quando faccio lezione cerco di capire quali siano le cose importanti e giuste da dire in quel momento, utilizzando tutta una serie di informazioni che non trascurino nessun aspetto (tecniche, musicali, espressive, stilistiche, culturali...l'aspetto umano...il vissuto di ogni giorno). Penso sia molto importante riuscire a dare delle motivazioni che scatenino nell'allievo la voglia di esprimersi ed evolversi, dando il meglio di sè.

Come scegli Paolo, un programma da proporre?

P.P. Cerco fondamentalmente di suonare bella musica! Musica che mi coinvolga totalmente. E quando suoni la musica importante scritta per il nostro strumento, non può che essere così.
Negli ultimi anni cerco di dare una certa coerenza ai programmi che scelgo, se non altro all’interno di ognuno dei due tempi. Amo molto Bach: è musica assoluta. Non manca mai nei miei programmi.
La gestazione nella scelta dei brani che voglio interpretare può essere molto lunga, perché la comprensione emozionale di un brano ha bisogno di tempo. Mi piace anche riprendere brani che non suono più in concerto da molti anni, perché maturando è possibile vedere quegli stessi brani con un’altra luce e con diverse prospettive. Mi sento molto cambiato rispetto a qualche anno fa, ma il bello di essere musicista è proprio questa continua evoluzione.
Mi capita spesso di imparare a conoscere a fondo e ad amare un’opera studiandola con un allievo; mi è successo anche ultimamente con dei brani di Takemitsu. E’interessante lavorare un brano con un allievo, perché si è costretti a “smontare” l’opera in ogni sua parte. E’ come un puzzle: quando tutti i pezzi sono sul tavolo e cominci a incastrarli uno alla volta, ti accorgi che ogni singolo pezzo sta li con un preciso motivo e significato.
Penso sia anche importante dare spazio a nuove composizioni, purchè di un certo valore artistico. Recentemente mi sono stati dedicati dei brani da Simone Iannarelli e Stefano Casarini, due autori che a mio avviso scrivono molto bene.

Hai qualche progetto discografico?

Di sicuro le idee non mancano. Dopo il mio primo CD solistico, un’antologia di brani a me molto cari, vorrei iniziare a realizzare dei progetti monografici o tematici cominciando ad esempio con Bach, o con un CD dedicato ad alcune delle opere più importanti del novecento. Da poco mi sono avvicinato alla chitarra romantica, strumento che mi affascina notevolmente e con il quale registrerei volentieri qualcosa.

Come si potrebbe descrivere, a vostro avviso, la figura di un bravo insegnante?

S.V. Un bravo insegnante deve essere prima di tutto un ottimo osservatore visivo ed uditivo: nel senso che da quello che vede e che sente fare da un allievo deve saper determinare quale sia la cosa più importante ed utile da dire in quel momento posticipando a momenti successivi eventuali altre osservazioni. Esiste sempre una cosa da dire o un consiglio da dare che è più importante di tutti gli altri all’interno di ogni lezione. Saperlo individuare non è facile e per questo sono convinto che insegnanti (con la “i” maiuscola) si nasce così come si nasce concertisti (con la “c” maiuscola). Un’altra caratteristica fondamentale di un didatta è la capacità di evolversi nel tempo ed essere disposto ad elaborare, cambiare e alle volte stravolgere le proprie convinzioni tecnico-interpretative alla luce di esperienze nuove che abbiano stimolato la ricerca di nuove strade…non è facile ma è fondamentale per sentirsi in movimento e non correre il rischio di pensare di aver capito tutto.  

P.P. Sono assolutamente d’accordo con Stefano. Aggiungerei l’importanza che ha a mio avviso il sapersi relazionare con l’allievo, cercando di capire veramente le sue esigenze, ma soprattutto cercando di aiutarlo a valorizzare le caratteristiche che lo rendono diverso da ogni altro individuo.

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E ora veniamo al vostro lavoro insieme e all’attività che avete intrapreso nel mondo della chitarra da circa dieci anni. Quando e come è nata l’idea dell”Accademia Tarrega?

S.V. Mi permetto di raccontarlo perché sono il più “anziano” ma Paolo mi è testimone: andai a sentire un concerto di Paolo perché mi aveva colpito il programma che avrebbe suonato (con i Valse Poeticos, Fantasia Ungherese…pezzi allora non ancora gettonati come oggi); il concerto mi piacque così tanto che alla fine andai a salutarlo (non ci conoscevamo se non di nome) e gli feci i complimenti più sinceri. Caso volle che di lì  a pochi giorni alcuni miei allievi tenessero un concerto nelle vicinanze di Pordenone; Paolo venne a sentirli e fu molto sincero e vero nell’esprimere il suo apprezzamento per il mio lavoro di insegnante. Così iniziammo a sentirci e scambiare opinioni fino a decidere di lavorare insieme attraverso i nostri valori, idee e atteggiamenti nel modo di intendere la musica e la professione di musicista, lontani da chiusure ermetiche legate al concetto di “scuola” (proveniamo infatti da percorsi formativi totalmente diversi) e questo è dimostrato dalla quantità di colleghi di tutto il mondo che hanno dato lezione ai “nostri” allievi in Accademia…niente è fermo, tutto è in movimento! Facciamo il nostro lavoro con discrezione e tranquillità, convinti che siano poi i fatti e i risultati a parlare.

So che gli allievi effettuano il loro percorso formativo studiando con entrambi, cosa piuttosto inusuale nella didattica; potete spiegare come avviene?

S.V. e P.P. Questo quesito ci è stato posto da altre persone e più di una volta nel corso di questi nove anni…in verità non c’è mai stato nessun problema particolare anche se, ovviamente, non sono mancate le situazioni di incomprensione o tensione ma grazie alla grandissima stima e rispetto reciproco e soprattutto al fatto di discutere con regolarità di tutti gli aspetti che riguardano la didattica (nuove idee, intuizioni o conferme, piani di studio per gli studenti) credo si sia raggiunto oggi un equilibrio perfetto all’interno del quale, pur condividendo delle linee programmatiche comuni, ci sentiamo liberi di esprimere le nostre potenzialità e peculiarità che, per una strana ma evidente coincidenza, si possono intendere spesso come complementari tra loro…e tutto questo a grande vantaggio della formazione degli allievi.

Oltre alla normale attività didattica,la vostra scuola si contraddistingue anche per la costante presenza di seminari e masterclasses: come impostate questo tipo di attività collaterale?

S.V. e P.P. Innanzitutto partiamo dall’idea che non si può sapere e conoscere tutto. Riteniamo importante che nella formazione dei nostri allievi concorrano le esperienze di persone che hanno svolto ricerche approfondite in un certo settore. Per esempio, negli ultimi anni abbiamo organizzato seminari sulla musica del periodo barocco con Betho Davezac, Carlo Marchione ed Eduardo Fernandez, nei quali sono stati trattati problemi legati alle diversità tra lo stile francese e italiano, l’articolazione e il fraseggio di questo periodo, le danze del tempo (con l’ascolto delle interpretazioni di grandi specialisti del settore), aspetti retorici e semantici nell’opera di Bach, la “Ciaccona” (con l’interessante analisi della musicologa Helga Thoene). E questo solo per il barocco. Per l’800 abbiamo avuto la preziosa presenza di Pavel Steidl, mentre per il ‘900 Angelo Gilardino, Tilmann Hoppstock e prossimamente Stefano Grondona. Per noi insegnanti ed allievi, queste esperienze sono un arricchimento continuo, un motivo per approfondire sempre di più le nostre conoscenze. In nove anni abbiamo invitato più di cinquanta colleghi, e ognuno di loro ha portato il proprio sapere mettendolo al servizio di tutti noi con grande professionalità e generosità.

Siamo arrivati quasi alla conclusione. A nove anni dalla sua nascita, potete fare un bilancio dell’attività dell’Accademia?

S.V. e P.P Il bilancio è sicuramente molto positivo tanto che i risultati ottenuti proiettano l’Accademia al vertice delle scuole chitarristiche Europee (e non lo diciamo noi ma gli altri); in tutti questi anni hanno frequentato l’Accademia oltre 70 allievi provenienti da Italia, Slovenja, Messico, Ungheria, Polonia, Spagna, Russia, Ucraina e Svizzera.
Uno degli aspetti più significativi riguarda il fatto che il modello organizzativo e di gestione didattica impostato sulla base della più alta professionalità è stato così positivamente vissuto dagli studenti che, diventati ormai a loro volta dei professionisti, lo stanno adottando nei propri  paesi e nelle proprie realtà: così abbiamo visto nascere festivals e scuole in Italia, Messico, Slovenja, Ucraina, Spagna per iniziativa di giovani musicisti che hanno seguito per vari anni le lezioni dell’Accademia.
Per quanto riguarda gli studenti che hanno lavorato con noi che svolgono regolare ed intensa attività concertistica possiamo citare Adriano Del Sal, Mauro Zanatta, il duo dei fratelli Bonfanti, il trio Nahual e Marco De Biasi (un giovane che si sta anche dedicando alla composizione ottenendo lusinghieri apprezzamenti). Ci fa piacere ricordare i 62 premi vinti in concorsi nazionali ed internazionali fra i più prestigiosi quali il “Michele Pittaluga” di Alessandria, “Juliàn Arcas” di Almeria, “Fernando Sor” di Roma, “Castelnuovo Tedesco” di Parma, “Benvenuto Terzi “ di Bergamo, Taranto, Ragusa, Isernia ecc.

Progetti per il futuro?

S.V. e P.P. Nel 2005 si concretizzerà un evento che si può definire “storico” e cioè il festival “Omaggio a Segovia” che vedrà, oltre ai concerti, masterclasses e conferenze,  l’allestimento di quella che rappresenterà la più grande e completa mostra antologica sul grande Maestro andaluso mai realizzata prima.
Tra i progetti futuri ve ne sono due che stanno prendendo forma e verranno realizzati con priorità rispetto agli altri: una collana editoriale dedicata alla pubblicazione del lavoro svolto con gli studenti sui più importanti brani del repertorio e una collana discografica per gli studenti su progetti monografici. 

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Palcoscenico

In viaggio nell’Italia della chitarra

Di Piero Viti

Ho potuto verificare per diversi anni l’eccellente lavoro svolto da Paolo Pegoraro e Stefano Viola all’Accademia “Francisco Tárrega”. Che siano entrambi docenti di grande professionalità è dimostrato dall’alto livello di preparazione che i loro allievi raggiungono dopo aver studiato presso l'Accademia.
Non conosco attualmente un istituto analogo che abbia in tutti i settori una qualità tanto elevata. I giovani studenti mi hanno stupito sin dal primo anno che li ho incontrati. Tecnicamente molto bravi e nel contempo espressivi e intensi nelle loro esibizioni, senza eccezioni. Si percepiva la loro gioia di suonare per gli altri.
La tensione espressiva e il piacere di suonare degli allievi sono il miglior tributo al grande lavoro di questi due docenti. Recentemente ho avuto modo di ascoltare molti dei primi studenti, che ora sono giovani concertisti, e il loro modo di suonare - di una qualità straordinaria - mostra ancora il grande insegnamento che hanno ricevuto presso l’Accademia di Pordenone.

Con queste parole nel 1999 l’illustre chitarrista David Russell presentava l’Accademia “Francisco Tárrega”, nata a Pordenone nel 1996 come conseguenza del grande successo ottenuto dalle Masterclasses dello stesso Russell e dal Festival Internazionale Chitarristico del “Friuli Venezia Venezia” organizzati dall’Associazione Farandola di Pordenone. Queste iniziative, così come l’ottimo lavoro svolto dai docenti dell’Accademia, hanno creato un grande fermento ed interesse, formando il centro  chitarristico di maggior richiamo del Nord-Est Italia. Al suo 6° anno di attività, l’Accademia conta circa una ventina di iscritti provenienti da varie città italiane (Taranto, Brindisi, Padova, Trieste, Treviso, Udine ed altre), dalla Slovenia, dalla Spagna e dal Messico.
Il percorso formativo è sviluppato dai Maestri Paolo Pegoraro e Stefano Viola, e gli iscritti sono tenuti a partecipare alle lezioni di entrambi i docenti. I corsi, rivolti a musicisti già formati o allievi di livello avanzato prevedono, oltre a quello ordinario di interpretazione, un corso superiore volto al conseguimento di un diploma triennale di alto perfezionamento, il cui programma spaziando dal Rinascimento ai nostri giorni, prevede lo studio di alcune tra le opere più importanti del repertorio chitarristico. Per offrire inoltre una più ampia articolazione relativa alla preparazione professionale vengono svolte delle lezioni di musica da camera tenute dal Maestro Giampaolo Bandini e un corso di storia della musica con riferimento alla letteratura chitarristica tenuto dal Prof. Roberto Calabretto.
Decine sono ormai i premi vinti dagli allievi dell’Accademia in Concorsi Nazionali e Internazionali e gli inviti a partecipare a Festival in tutta Europa e Sud America crescono di anno in anno. L’Accademia è infatti collegata con varie istituzioni musicali del territorio nazionale, dando modo agli iscritti di fare quell’esperienza concertistica indispensabile per una completa formazione professionale. Concertisti del calibro di David Russell, Manuel Barrueco, Tilman Hoppstock, Alvaro Pierri, Carlo Marchione presenti nel Festival anche come docenti nelle masterclasses, hanno notevolmente elogiato l’eccellente lavoro svolto dai docenti dell’Accademia, apprezzando le capacità tecniche degli studenti, così come la loro espressività e maturità artistica.
Lo svolgersi del Festival parallelamente alle lezioni dell’Accademia costituisce un ambiente interattivo, tale da rendere possibile il  continuo confronto con realtà musicali di diversa provenienza attraverso la partecipazione ai concerti, alle masterclasses, alle conferenze musicologiche, alle lezioni di didattica strumentale, ai seminari di liuteria e, nell’ultima edizione, una mostra dedicata a Francisco Tárrega, nel 150° anniversario della nascita.
Dall’anno accademico 2000-2001, l’Accademia conferisce una borsa di studio a giovani concertisti che si siano particolarmente distinti in ambito internazionale, previa richiesta da inoltrare alla segreteria dei corsi.

Qual è il target tipico degli allievi che frequentano i  vostri corsi?
Ci sono varie tipologie di musicisti che frequentano i corsi: si va dall’allievo che sta svolgendo un percorso di studi rivolto al conseguimento del diploma di Conservatorio, a giovani chitarristi già diplomati che intendono perfezionare la loro preparazione per inserirsi nel mondo professionistico.

Alla luce della vostra esperienza, è cambiato qualcosa nei giovani di oggi in quanto a rigore e “sacrificio” nello studio dello strumento?
La risposta è piuttosto articolata…La prima constatazione da fare riguarda il diverso atteggiamento nello studio a seconda della provenienza dello studente: abbiamo notato che gli studenti provenienti da paesi dove, anche per ragioni sociali o culturali, esistono ancora delle grandi possibilità di sviluppo della professione, hanno un atteggiamento nei riguardi dello studio molto più determinato e costante rispetto agli studenti provenienti da realtà già molto sviluppate e dove affermarsi diventa più difficile. Inoltre c’è una sostanziale diversità nell’approccio allo studio tra gli studenti già diplomati che hanno scelto di avviarsi al professionismo, e gli studenti non diplomati che, non avendo effettuato ancora una scelta definitiva, frequentano conteporaneamente altre scuole. Naturalmente quanto suddetto ha una derivazione puramente statistica e non rappresenta la regola.

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Le vostre iniziative si rivolgono quindi, oltre che agli allievi provenienti dalle vostre zone, anche ad una platea internazionale: in quali termini avviene questa partecipazione?
Alle attività dell’Accademia partecipano studenti provenienti ovviamente dal Triveneto (Padova, Treviso, Udine, Trieste, Gorizia, Pordenone ecc.), da tutto il territorio nazionale (Taranto, Siracusa, Ascoli Piceno, Savona, Lecce, Bologna, Rimini, Sassari ecc.) e da diversi paesi stranieri (Slovenia, Spagna, Svizzera, Messico, Ucraina, Polonia ecc.). Gli studenti che vivono nelle zone limitrofe frequentano le lezioni con cadenza settimanale; quelli provenienti dal resto d’Italia con cadenza quindicinale o mensile, secondo un piano di lavoro concordato all’inizio dell’anno accademico. Gli studenti stranieri generalmente vengono a risiedere a Pordenone per ovvi motivi.

C’è qualche giovane talento eventualmente  da segnalare tra gli studenti che seguono i vostri corsi, oppure allievi degli anni scorsi che hanno fatto “carriera”?
Vi sono diversi giovani musicisti, con cui abbiamo il piacere di lavorare che, oltre a svolgere una già intensa attività concertistica, si stanno distinguendo in concorsi nazionali ed internazionali. Tra questi Adriano Del Sal, un giovane dotato di un talento straordinario che a nostro avviso, e non solo, è già proiettato a pieno titolo nel futuro del nostro strumento, Mauro Zanatta, Elena Gonzalez, Tanja Brecelj, Marco De Biasi, Riccardo Tamai e per la musica da camera il Trio Nahual (Gonzalez, Gutierrez, Herrera); tutti giovani professionisti seri e ben preparati.

I percorsi didattici “tradizionali” sono ancora validi o cambiereste qualcosa?
Senza mettere in discussione la validità dei percorsi didattici tradizionali, riteniamo che si potrebbero arricchire con l’inserimento di tutto quel materiale che è stato valorizzato o riscoperto dagli interpreti e dai musicologi negli ultimi anni. Una riflessione a parte merita il capitolo della musica antica (leggi trascrizioni): nel momento in cui si accettano quelle dal liuto e strumenti similari, non si capisce perché escludere quelle dal violino e dal violoncello, che a volte sono più trasponibili ed efficaci sulla chitarra rispetto a quelle liutistiche.

Il mondo del lavoro richiede sempre più chitarristi che sappiano passare da un genere all’altro in maniera “eclettica” e professionale: alla luce della vostra esperienza didattica, cosa ne pensate di queste aperture verso altri generi e forme ed, in genere, del futuro del chitarrista?
Per il chitarrista il fatto di poter passare da un genere all’altro aumenta sicuramente le opportunità lavorative, ma è altrettanto vero, a nostro avviso, che solamente la specializzazione e l’approfondimento di un unico genere (nel nostro caso quello classico) può portare la professionalità ai livelli più elevati. Pensiamo fermamente che il contributo da dare al fine di non emarginare sempre di più il mondo chitarristico dalla vita musicale, sia quello di non dare spazio a tutto quel repertorio “leggero”, spesso privo di ogni sostanza musicale, ma piuttosto di proporre invece interpretazioni profonde e analitiche delle bellissime opere di cui disponiamo.

Cosa ne pensate dei concorsi  musicali e della loro reale importanza nel curriculum di studio di uno studente che si affaccia al mondo della professione?
I concorsi sono sicuramente un elemento importante ma non determinante nello sviluppo della carriera di un giovane. Non sono molte infatti le competizioni che, al di la della momentanea euforia che accompagna la vittoria, rappresentano concretamente un trampolino di lancio.

Che interesse c’è nei confronti della chitarra nel vostro territorio?
C’è grande attenzione ed entusiasmo intorno a tutte le attività che promuoviamo nell’ambito del Festival chitarristico che è diventato un punto di riferimento per gli appassionati, ma ci preme anche sottolineare l’interesse crescente per la chitarra classica da parte di un pubblico sempre più eterogeneo.

Qual è il ruolo che secondo voi oggi devono svolgere le strutture private?
Sicuramente un ruolo molto importante è quello di trasmettere dinamismo e competitività al sistema. Quindi svolgere l’attività d’insegnamento con un continuo rinnovamento, scambiare esperienze con altre realtà musicali, organizzare iniziative sempre di alto livello per una crescita costante. Spesso infatti queste caratteristiche  vengono meno nell’ambito delle strutture pubbliche per motivi che sarebbe troppo lungo e complesso analizzare.

Quali sono le difficoltà maggiori di chi porta avanti una realtà didattica privata che voglia imporsi ad un’attenzione più ampia?
Le difficoltà per imporsi ad un pubblico più vasto sono essenzialmente legate alla possibilità di reperire dei canali di visibilità. Va indubbiamente sottolineata quindi l’importanza di una rubrica come la vostra che ospita realtà selezionate in base al livello qualitativo dei progetti realizzati.

Per finire, qual’è a vostro avviso il tipo di lavoro che contraddistingue la vostra accademia?
La prerogativa della nostra accademia, già come idea iniziale secondo la quale gli studenti frequentano le lezioni con entrambi i docenti, è quella di dare una formazione il più possibile completa e aperta ad idee ed esperienze diverse. Pensiamo che al giorno d’oggi siano necessarie, oltre a delle ottime capacità tecniche, una serie di conoscenze di analisi musicale e storico-stilistiche che permettano di interpretare le opere in base ad una lettura che non sia basata solo sull’estemporaneità. L’affiancarsi quindi del Festival chitarristico, in tutti questi anni, ha permesso a moltissimi giovani chitarristi di entrare in contatto con un gran numero di musicisti e specialisti del settore, dando loro modo di appropriarsi di un bagaglio culturale, musicale e umano vastissimo.

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